Georges Braque: il mio puzzle di Venezia

Nell’area ristoro di Paasikivi-Opisto – il magnifico complesso scolastico dedicato allo studio della lingua finlandese –, su uno dei tavoli ai quali ci si lascia sopraffare dagli aromi del caffè servito al ristorante, c’è un puzzle di Venezia, uno di quelli da 2000 pezzi e che, nella fattispecie, riproduce lo scorcio che dà sulla Colonna del Leone in piazza San Marco. Una delle ragazze della scuola, il suo nome è Dumbass, si sedeva spesso a quel tavolo (uso il passato perché ormai il virus ci costringe a studiare da casa), e al puzzle si dedicava con una serietà, una frenesia tale, che sembrava dovesse ricomporci la propria vita: mossa da un’urgenza di completezza, dalla necessità di rimettere tutto a posto e il prima possibile, appariva sempre più infastidita da quell’ordine che tardava a tornare, e davvero sembrava ci proiettasse i propri tormenti, su quel mosaico! Gli altri ci passavano il tempo in modo distratto – tutti ci siamo seduti lì –, e lo facevano sorridendo, chiacchierando… Ma lei no: per lei era un lavoro rigoroso e ossessivo alla ricerca del tassello mancante, una seduta che la riconducesse al punto in cui deve aver cominciato a frammentarsi, a perdere i pezzi, a smettere di assomigliare all’immagine alla quale sentiva di dover aderire (curiosa coincidenza che il puzzle riproducesse proprio Venezia, città la cui “tristezza” sta nella condanna a perpetuare l’immagine che di lei ci si aspetta). A ogni piccolo successo in quel lavoro di ricostruzione, a ognuna delle tessere che combaciasse con l’insieme, Dumbass si lasciava andare a un sorriso, come rassicurata, e si concedeva la pausa di un secondo che le permettesse di sollevare gli occhi per verificare che nessuno la stesse osservando: era lo stesso secondo in cui io abbassavo i miei, ovviamente. E così ricominciava. Erano comunque maggiori i fallimenti, le volte in cui Dumbass non ci si riconosceva proprio nello specchio della scatola, nel modello, e i frammenti dovevano apparirle informi, indistinguibili e privi di senso. Era quello il secondo in cui non lo distoglievo, lo sguardo, quello in cui avrei voluto dirle, con una semplice espressione del viso: “ma chi se ne frega! La vita non è un mica un tetris!” Ma con lei non funzionava, erano argomentazioni che non apportavano giovamento alla causa, e se ne andava lanciando l’ultimo pezzo rimastole in mano, frustrata. C’è stata una sola volta in cui mi ha chiesto se fossi capace di aiutarla – e non che ci credesse, in realtà: «Can you fix it?» mi ha domandato guardando dalla finestra di Kartano… Ma io che non sono mai stato bravo coi puzzle, ho finito per forzare i confini dei pezzi affinché s’incastrassero comunque, rovinandone i contorni, violentandone le sagome, e il risultato, simile alla copia della copia di un capolavoro di Braque, sconcertante agli occhi di lei così assetati di chiarezza, sembrava poter funzionare solo a me, incauto Dottor Frankenstein delle biografie. Dumbass ha abbandonato il posto senza parlare, e il puzzle, destinato per sempre all’incompletezza, è rimasto lì, sul tavolo dell’area ristoro di Paasikivi-Opisto.

Georges Braque: ‘Bottiglie e pesci’.
“Braque maltratta le forme e riduce tutto a cubi”: con queste parole, nel 1908, Louis Vauxcelles battezzava la nascita del Cubismo.

Passeggio lungo l’Aurajoki, il fiume cittadino, e mi sforzo di immaginare Venezia. A parte l’importanza dell’acqua per entrambe le città e il leggero snobismo che ne caratterizza gli abitanti, faccio davvero fatica a trovare punti in comune tra Turku e La Serenissima. Entrambe importanti per il proprio Paese, questo sì, entrambe con un glorioso passato commerciale alle spalle – l’una fu Repubblica Marinara, l’altra fece parte della Lega Anseatica, quella che a partire dal XII secolo, e per cinque secoli, ha mantenuto il monopolio commerciale nel nord Europa -, ma detto ciò, e al netto del sottoscritto che sospira ad ogni ponte, davvero sembra esaurirsi qui, la lista delle forzature. Sono entrambe antiche, vero anche questo, ma con un rapporto assolutamente diverso col proprio passato: mentre Venezia ci vive e ci prospera, Turku, ancora affetta dalla malattia che porta il suo nome – Turun tauti -, continua nell’opera di sostituzione architettonica del vecchio col nuovo, quasi che la vecchiaia volesse nasconderla a colpi di botulino. Ah, Jari Heino, giornalista del Turun Sanomat, mi ricorda anche, e sagacemente, che entrambe le città “affondano”: il suolo di Turku, che un centimetro alla volta sprofonda verso il basso, pare non reggere il peso degli anni e dei lavori di costruzione del parcheggio sotterraneo di Kauppatori, causando non poche complicazioni e rallentamenti all’ambizioso progetto.

Domani è il 25 aprile, e a Venezia, oltre che la Liberazione d’Italia dai fascisti, si celebra San Marco – il patrono – e un’altra romantica usanza, la festa del bócoło: il bocciolo che i veneziani regalano alle proprie amate in ricordo di Tancredi, il soldato colpito a morte in un rosaio e che, prima di spirare, chiese ai compagni di portare una rosa in suo ricordo a Maria, la bella figlia del Doge. Inutile dire che tutto avrà un tono diverso, quest’anno – il coronavirus continua a preoccupare –, ma ce n’è comunque abbastanza per dedicarlo lo stesso, un pensiero alla città più bella del mondo.
Venezia è una città strana, in realtà, e i miei sentimenti per lei sono sempre stati contrastanti. Nella mia vita ci è entrata a pezzi, a tasselli sparsi che, anno dopo anno, si sono accumulati nella scatola della coscienza: ci guardo e ci vedo qualche gita, l’Otello di Carmelo Bene, le avventure di Casanova, Giorgione, la copia de Il Milione da una collana di classici acquistata da mio padre a rate, La morte a Venezia – quella cinematografica di Visconti in cui il protagonista, e non so perché, non è uno scrittore come nel libro di Mann, ma un musicista –, La Bellezza di Vecchioni, la canzone di Guccini, la psichedelia del Rondò veneziano, “il sindaco filosofo”, il carrarmato dei Venetisti in Piazza San Marco, Lino Toffolo, i Pitura Freska a Sanremo, le incertezze del Mose, Marracash che la cita in Brivido e soprattutto le immagini dello storico concerto dei Pink Floyd, l’evento più controverso della storia del rock: in uno scenario irripetibile e fantastico, su un enorme palco galleggiante posizionato proprio davanti a San Marco, in mondovisione (Unione Sovietica compresa) e per un totale di 100 milioni di spettatori, la band britannica si esibì, gratuitamente, il 15 luglio del 1989, sovrapponendosi alla festa del Redentore, tra le mille polemiche che si scatenarono già tre mesi prima dell’evento e che sfociarono, addirittura, nelle dimissioni della giunta comunale (si temeva che i decibel potessero far saltare i tasselli dai mosaici bizantini della basilica!)… Quando poesia e follia fanno rima davvero.

I Pink Floyd a Venezia: il palco galleggiante nel bacino di San Marco.

Se devo partire dalle cose che non mi convincono di Venezia, posso subito dire che faccio fatica a mandarne giù l’ossessione per il passato, la puzza di museo che emerge da ogni foto, da ogni tela, sempre uguale, che si ripete incessantemente dal Vedutismo in avanti. Il carnevale… La gondola, la cui immagine mi riporta subito all’arredamento della casa del compagno Massa, quello de La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, dove l’oggetto, di plastica e piazzato sul mobiletto del soggiorno buio, è il souvenir che ci si porta dietro dalla gitarella di un giorno in Veneto: una tristezza indicibile! Venezia, una città che per secoli si è spinta per i mari in ricerca di nuove rotte commerciali, e che ora, mossa dallo stesso attaccamento al denaro, si accontenta di orde turisti alle quali vendere la solita cartolina stinta. Da giovane, quando il futuro sembra ancora lungo e tutti siamo un po’ Marinetti, quasi la odiavo, la “passatista” Venezia: perfetto palco per la messa in scena di tutta la decadenza aristocratico-borghese!

Queste sensazioni negative, però, le cose che mi fanno storcere il naso, sono inesorabilmente messe prima in crisi, e poi definitivamente accantonate quando penso all’infinito splendore, all’incanto che questo scrigno racchiude (mi arriva come un’onda che mi trascina in alto e mi consegna alle vertigini). E così finisce che mi ritrovo innamorato dell’indiscutibile bellezza, del Canaletto e della sua arte, del romanticismo, delle Chiese, dell’apporto che i veneziani hanno dato alla civiltà (hanno portato il caffè in Europa, per dirne una, e i finlandesi, tra i maggiori consumatori al mondo di tale bevanda, già solo per questo dovrebbero adorare Venezia al pari di una Mecca). Finisce che mi sento piccolo davanti alla sua incredibile, sanguinosa e due volte millenaria storia fatta di crociate e guerre contro chiunque volesse contenderle la supremazia sui mari. Sono affascinato dal sentimento della malinconia a cui rimanda. Sono incuriosito dalla modernità che ci coglieva Calvino – ribaltando ogni stereotipo! – quando, anticipando le teorie sull’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento globale, immaginava un mondo destinato ad esser pieno di “venezie”, di città che avrebbero dovuto sempre di più fare i conti con l’acqua e guardare al capoluogo veneto quale archetipo imprescindibile. Mi diverte la Biennale dei vari Cattelan – apportano la giusta dose di frivolezza – e mi fido del Festival del Cinema. Sono rapito dai riflessi sull’acqua, quella che sgorga dai suoi occhi azzurri e ne solca il volto gentile fino ad inondarla, e sono disorientato dall’intricato labirinto fatto di calli, di 177 canali e 118 isole che vorrebbero abbandonarsi al mare e che invece, proprio come le sagome di un puzzle, sono tenute insieme dai 354 benevoli ponti (incantevole quello di Rialto, anche se non tutti sanno che l’originario crollò nel 1444 sotto il peso della folla accorsa ad ammirare una donna – cos’altro, altrimenti? –, la moglie del marchese di Ferrara). Una città misteriosa, irrisolvibile, in cui è impossibile non perdersi! Una città inverosimile, oscura, piena di leggende e fantasmi, dove il rumore sono gli altri a farlo e lei non è che parli molto. Una città anche respingente, fatta di prezzi assurdi e mille ordinanze pensate per scoraggiare il viandante, ma dalla quale è impossibile non essere attratti. Una città che snobba, disprezza, quello da cui inesorabilmente dipende: quel turismo scialbo da gruppo molesto alla ricerca della foto ricordo, dell’oggettino di Murano e del primo McDonald’s.
Venezia la odia, sta roba sciatta da visitatore di passaggio… Venezia vuole essere amata!

E d’amore parla il libro che vi propongo per chiudere, Venice: A Literary Guide for Travellers di Marie-José Gransard. Si tratta di una vera e propria guida per viaggiatori, scritta e pensata come una biografia della città, e raccontata attraverso le opere, i luoghi e le storie dei mille pittori, scrittori e musicisti, che a Venezia ci hanno vissuto e tratto ispirazione. Dalle pagine di questo libro diviso in sezioni – Faith, Art and Politics; Haven and Inspiration; Illusion and Disillusion; the Grand Tour; Lust and Love, Death and Mistery – emerge tutta la passione di queste incredibili personalità per la città galleggiante. E l’elenco è davvero lungo: Da Vinci (L’uomo vitruviano è conservato a Venezia), Dürer, Dickens, Kafka, Mann, Mozart, Stravinsky (famosissime le immagini del suo funerale in laguna)… Tantissimi i geni che hanno deciso di spendere un pezzo della propria vita in quello che è stato set per oltre 500 pellicole cinematografiche, e il compito di scoprirli tutti è reso agevole dall’indice dei nomi e dei luoghi veneziani ai quali sono legati: People and their Venetian locations. Di grande aiuto risultano anche lo schema della cronologia dei fatti principali, storici e letterari, e il glossario per entrare appieno nel linguaggio e nella comprensione del luogo. Un libro di facile consultazione, insomma, che con continui rimandi alle opere dei maestri citati, offre infinite occasioni di approfondimento e finestre su altri mondi: tanti gli aneddoti, i segreti e le piccole tessere che poste sul tavolo della curiosità, contribuiscono a restituire un quadro, forse mai definitivo, ma di sicuro più completo e affascinante della città più bella del mondo.

Wish you were here – Venezia 1989: l’evento più controverso della storia del Rock!

~ Dedico questo pezzo del blog a Dumbass – anima bella –, e augurandole la felicità che merita, le porgo la mia rosa di San Marco. ~